PORTAVÈRTA

NOTE d’AUTORE:

«Lorenzo suona; suona con la chitarra, ma ancor più con la voce ed è quel suono di voce a timbrare ogni pezzo che fa.
Se le canzoni fossero pagine di un passaporto, senza timbro sarebbero anonime, con il timbro ogni pagina parla e racconta viaggi, vita, storie»
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Marco Paolini

«Il titolo di questo lavoro è una parola composta inventata per l’occasione, ottenuta unendo i due termini dialettali “porta” e “avèrta”. Mi piacerebbe che diventasse di uso comune, come “gentiluomo” o “palcoscenico”, a testimoniare che l’attitudine di una porta è consentire il passaggio più che impedirlo, sarebbe bello soprattutto in una regione come la mia, la Lombardia, in un paese come il mio… ma questa è un’altra storia.
Per me, questo è un disco di demarcazione (termine poco poetico ma calzante), segna l’inizio di un percorso e contemporaneamente, per forza di cose, segna anche la fine di un altro. Intraprendere un viaggio nuovo non vuol dire dimenticarsi della strada già fatta, significa però radunare i propri stracci, dirsi addio e uscire dalla porta, la porta di prima, quella che deve essere aperta. E’ un passaggio doloroso e parte di questo lavoro lo racconta.
Canto della solitudine, che è sorella delle scelte difficili, canto del non avere riparo ma evocare ugualmente la tempesta e canto della fragilità delle buone intenzioni, la fragilità delle persone buone.
Poi la pianto di parlare di me, parlo di noi: siamo in viaggio su di un pullman sgangherato e, tanto per cambiare, abbiamo difficoltà di convivenza e siamo in balìa dell’autista (è un film già visto).
Parlo di noi, che ci improvvisiamo speculatori e che pensiamo di poter fare i soldi con i soldi, lo faccio con Marco Paolini, che di queste cose se ne intende, ci ha fatto anche uno spettacolo sui soldi, sui disastri della finanza creativa, col titolo che è un programma Miserabili.
In un altra canzone esploro i confini del “possibile”, la pigra incongruenza tra parola e azione e mi diverto a giocare con i “significati” e i “significanti” (mi piace leggerci un omaggio a Gianni Rodari).
C’è una canzone dedicata a Boris Vian e al suo meraviglioso modo di essere scomodo e libero, e c’è La costruzione di Chico Buarque de Hollanda, che parla di un incidente sul lavoro, e che ho scoperto sentendola cantare a Enzo Jannacci.
E per finire ci sono le storie, che portano difficoltà… difficile farci stare una storia dentro una canzone. Ci sono storie d’amore, un duetto tra un marito ubriacone e una moglie puttana, e un racconto che risale agli anni in cui ho fatto il militare nella fanfara dei bersaglieri (e non c’è niente da ridere)»
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Lorenzo Monguzzi